Il ruolo dell’adulto nell’acquisizione del linguaggio presuppone che si consideri lo sviluppo linguistico come un fenomeno interindividuale (piuttosto che intraindividuale) che ha luogo all’interno di un contesto sociale in cui il linguaggio si sviluppa e trae significato.
L’adulto fornisce un supporto per compensare il dislivello tra le abilità richieste dalla sequenza (ruolo, turni, uso di segnali convenzionali…) e ciò che il bambino è in grado di compiere da solo, consentendo in questo modo di realizzare una sequenza completa. Inoltre, tale supporto fornito ha lo scopo di far progredire le capacità del bambino. Un noto studioso, Bruner, indica questa funzione dell’adulto con la nozione di Sistema di supporto per l’acquisizione del linguaggio. Bruner però non si contrappone alla Teoria di Chomsky (noto per il dispositivo innato per l’acquisizione del linguaggio) anzi, considerando l’importanza dei fattori intrinseci ed estrinseci nello sviluppo linguistico, egli propone che i due meccanismi interagiscano.
Numerose ricerche degli anni’70 hanno analizzato il modo in cui gli adulti (in particolare le madri) parlano ai loro piccoli (in un’età compresa fra i 18 e i 36 mesi). Il linguaggio prodotto in questo periodo è molto diverso da quello che l’adulto utilizza in una conversazione fra pari, tanto che è stato identificato uno speciale codice linguistico denominato motherese o baby-talk . Si tratta di una versione semplificata della lingua, caratterizzata prevalentemente da frasi brevi, numerose ripetizioni e da un tono esageratamente alto; la modalità di produzione è più lenta e fluente in cui le parole vengono ripetute e pronunciate più chiaramente, e le pause nel discorso sono più lunghe.
All’interno degli studi sul linguaggio rivolto ai bambini, un ulteriore filone di ricerca ha preso in considerazione il linguaggio utilizzato da diversi interlocutori al fine di accertare se le modificazioni linguistiche siano imputabili esclusivamente all’abilità e sensibilità delle madri. Molte ricerche hanno infatti esaminato il linguaggio dei padri, degli adulti non genitori, in funzione anche di variabili contestuali ( interazione diadica o di gruppo). Sembra che anche gli adulti non genitori siano in grado di adattarsi alle esigenze del piccolo interlocutore: il loro linguaggio presenta dunque le caratteristiche del baby-talk. Emergono invece sia somiglianze che differenze nel linguaggio dei padri rispetto a quello delle madri. Sostanzialmente sono equiparabili in base al numero di parole, di enunciati e di turni rilevabili all’interno della conversazione; si differenziano poiché sembra che i padri utilizzino una maggiore varietà di vocabolario rispetto alle madri ma ricorrono meno spesso alle domande che richiedono una semplice risposta (si/no), ricorrono più frequentemente a domande chiuse ( "che cos’è questo?") e a richieste di chiarimenti (" perché…?"). Infine, nelle interazioni di gruppo (triade madre-padre-bambino) il linguaggio prodotto da entrambi i genitori decresce rispetto a quando interagiscono separatamente con il figlio, anche se le madri tendono a parlare più dei padri sia durante il gioco che durante il pasto.
LO SVILUPPO DELLA COMUNICAZIONE PRIMA DEL LINGUAGGIO.
Comunicare senza parole:
Sorriso sociale
Suoni, vocalizzi e lallazioni
Gesti comunicativi
Comunicazione non verbale nello sviluppo atipico:
Deficit comunicativo nel bambino autistico
Sviluppo comunicativo nel bambino con sindrome di Down